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   Émile Zola

Gervasia aveva atteso Lantier fino alle due del mattino. Poi tutta abbrividita per essere restata in camiciuola all’aria pungente della finestra, erasi assopita, gettatasi di traverso sul letto, febbricitante, colle gote molli di lagrime. Erano dieci giorni da che, all’uscire dal Vitello a due teste dove mangiavano, ei la mandava a dormire coi figli, e non ricompariva che a notte inoltrata, raccontando che cercava lavoro. Quella sera, mentre ch’ella ne spiava il ritorno, credeva di averlo veduto entrare al ballo del Gran Balcone, le cui dieci finestre stralucenti illuminavano di un ampio getto d’incendio la vera corsia de’ Baloardi esterni; e dietro di lui ella aveva scorto la piccola Adele, una imbrunitrice che desinava alla loro medesima osteria, che lo seguiva a quattro o cinque passi, colle mani penzoloni, come se testé avesse lasciato il braccio di lui per non passar insieme sotto il forte chiarore de’ lumi a globo ch’erano alla porta.

Quando Gervasia si svegliò, verso le cinque, assiderata, coi reni intormentiti, scoppiò in singhiozzi: Lantier non era tornato. Per la prima volta ei dormiva fuor di casa. Rimase seduta sulla sponda del letto, sotto il lembo di tela persiana sbiadita che venia giù da una freccia legata al soffitto con una fettuccia. E lentamente, coi suoi occhi velati di lagrime, guardava in giro la miserabile camera coi mobili, arredata di un cassettone di noce a cui mancava un cassetto, di tre seggiole di paglia e di un tavolino bisunto, sul quale si strascinava una brocca slabbrata. Si era aggiunto pei figliuoli un letto di ferro che sbarrava il cassettone ed ingombrava le due terze parti della stanza. Il baule di Gervasia e di Lantier, spalancato in un cantuccio, mostrava i suoi fianchi vuoti, un cappello in fondo nascosto sotto camice e calzoni sporchi; mentre lungo le pareti, sulle spalle dei mobili pendevano uno scialle bucato, un pantalone roso dal fango, gli ultimi cenci rifiutati dai rivenduglioli d’abiti. In mezzo al camino, fra due candelieri di zinco spaiati, vi era un pacchetto di bollette del Monte di pegni di color roseo. Era questa la miglior camera dell’albergo, al primo piano, che rispondeva sul Baloardo.

Intanto, coricati l’uno accanto all’altro sul medesimo guanciale, dormivano i due fanciulli. Claudio, di otto anni, colle manine stese fuor del copertoio, respirava con lento flato, mentre Stefano, che aveva solo quattro anni, sorrideva con un braccio intorno al collo del fratello. Quando lo sguardo lagrimoso della madre si fermò su di loro, essa provò un nuovo accesso di singulti, si turò la bocca con un moccichino per soffocare i gridi leggieri che le sfuggivano. E coi pie scalzi, senza darsi pensiero di rimettersi le cadute ciabatte, tornò a farsi alla finestra, riprese l’aspettativa della notte, spiando sui marciapiedi fin dove giungea la vista.

L’albergo trovavasi sul Baloardo della Cappella, a sinistra della barriera Poissonnière. Era un casamento a due piani, dipinto di color feccia di vino fino al secondo, con persiane infracidite dalla pioggia. Al di sopra di un lampione dai vetri rotti si giungeva a leggere, tra le due finestre, Albergo Buoncuore tenuto da Marsoullier, in grosse lettere gialle, delle quali aveva levato i pezzi l’imporrarsi della calcina.

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