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Shoah, Olocausto, sterminio ebreo, sacrificio inevitabile.                                                            Tanti sono i nomi usati per parlare della tragedia nella quale milioni di ebrei furono uccisi.            Tanti sono i nomi utilizzati per parlare del genocidio ebreo.                                                        Tanti sono i nomi  per descrivere l’ignoranza e la stupidità umana.                                                Sì, perché la Shoah è ed è stata questo: segno dell’ignoranza e della stupidità e di dove esse possano arrivare e far arrivare. È importante conoscerla e conoscerla a fondo, in modo tale che il ricordo del passato possa in qualche modo venir utile, in modo tale che il ricordo del passato possa far evitare che gli stessi errori vengano commessi nel futuro, perché diciamocelo, la storia serve a questo, a non far commettere in futuro gli stessi errori commessi al passato. Ma torniamo alla Shoah, talmente importante che le è stato dedicato persino un giorno sul calendario. Sì, ho detto bene: un giorno sul calendario. Il cosiddetto “ Giorno della Memoria “. E’ conosciuto da tutti ma, nello stesso tempo, è ignorato da molti. Probabilmente anche tu, che sei qui a leggere, non hai mai preso realmente sul serio la Giornata della Memoria. Se stai pensando che io sia una veggente ti rispondo subito: no, non lo sono. Sono semplicemente una delle tante, o forse poche, persone attente a ciò che la circonda. Sin dalle elementari, quando si andava in aula verde per guardare il solito film o ascoltare colui o colei che leggeva qualche riga del Diario di Anne Frank, almeno un bambino sbuffava ed era annoiato dai quei, da lui considerati noiosi, discorsi. Alle medie la situazione era cambiata, ma di pochissimo e forse anche in peggio, infatti i ragazzini non sbuffavano più per il solo motivo che stavano perdendo ore e minuti di lezione. Immaginatevi le facce di quegli stessi ragazzini quando comprendevano che su quello che avevano visto o sentito bisognava scrivere un tema o una riflessione! Ma arriviamo al liceo, dove accadeva un po’ la stessa medesima cosa delle medie, con la sola modifica che i ragazzi sapevano già che dopo quegli incontri avrebbero dovuto scrivere un bel tema, quindi si mostravano interessati e prendevano appunti in modo da prendere un bel nove. Insomma, abbiamo capito che alla Giornata della Memoria non diamo molta importanza, o comunque non le diamo l’importanza che si meriterebbe. Finita questa necessaria premessa volevo raccontarvi una bella storia: quella di Andra (Alessandra) e Tatiana (detta Tati) Bucci. Andra e Tati erano due sorelline molto unite e vivaci che, quando inizia la nostra storia, avevano rispettivamente 4 e 6 anni. Arrivato a questo punto direte : “ E cosa c’entrano due bambine con la Shoah?”. C’entrano eccome, perché Andra e Tati erano due bambine ebree. Un giorno, un brutto giorno, vennero svegliate in modo brusco dalla mamma, che le esortava a vestirsi in fretta. In quella confusione, tra poliziotti e militari, le bambine ubbidirono. Pronte per uscire furono invitate a salire su un camion, insieme alla loro mamma, alla loro zia, alla loro nonna e al loro cugino Sergio. Andra e Tati non sapevano dove era diretto il veicolo, ma lo scoprirono presto: il veicolo era diretto ad Auschwitz. Presto nelle loro braccia fu inciso un numero, il loro numero, e furono separate dalla mamma e portate insieme al cugino Sergio in una stanza buia e mal accogliente. Lì si trovavano molti bambini, malnutriti e tristi. Ben presto le bimbe scoprirono che la vita ad Auschwitz era difficile: potevano mangiare poco e niente ed il cibo era terrificante. Ad occuparsi dei bambini era la Bucova, una donna nazista che, per qualche motivo, aveva preso in simpatia Andra e Tati. Le bambine a volte vedevano la loro mamma, ma era diversa dalla mamma che conoscevano: era pelata, magra e piangeva sempre. Le lacrime stavano scavando il suo volto, un tempo tondo e colorito.  Un giorno la Bucova prese in disparte Andra e Tati e disse loro che se un uomo avesse chiesto loro se volevano vedere la loro mamma dovevano dire di no. Andra e Tati ebbero fiducia in lei e avvertirono anche il cugino Sergio, che però voleva tanto vedere la mamma, quindi non le ascoltò. Sergio fu utilizzato come cavia per degli esperimenti e morì brutalmente. Andra e Tati invece sopravvissero e sopravvissero fino alla liberazione dei campi di concentramento. Alla liberazione furono portate in diverse case ed un giorno, un bel giorno, ritrovarono la loro mamma, che non le lasciò mai più. Vi è piaciuta questa storia? Spero di sì. Sulla storia di Andra e Tati esiste anche un cortometraggio molto breve e carino, che farà scatenare in voi forti emozioni, come per esempio la rabbia verso i nazisti, la pietà verso le bambine o la gioia quando avviene l’incontro tra madre e figlie. La rabbia verso i nazisti sarà molto forte, la pietà e la paura per le bambine vi farà battere il cuore come se fosse un tamburo ed infine l’incontro con la mamma vi farà piangere dalla gioia. Quella di Andra e Tati è una storia vera ed è proprio questo a farla diventare così preziosa e commovente. Spero di avervi convinti, con l’ausilio di questa storia, a prendere sul serio la Giornata della memoria. Vi consiglio di guardare il cortometraggio sulla vita di Alessandra e Tatiana Bucci, che si presenta con il nome di: “La stella di Andra e Tati” ed infine vi invito a riflettere sulla funzione del Giorno della Memoria.